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Piede amputato dopo un'ischemia trattata in ritardo: la Corte d'Appello di Bologna aumenta il risarcimento
In breve
La Corte d'Appello di Bologna ha aumentato a 675mila euro il risarcimento dovuto dall'Ausl a un uomo che nel 2016, a 35 anni, perse il piede dopo un'ischemia acuta e quattro interventi. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto 425mila euro; in appello i giudici hanno contestato anche il ritardo nel nuovo intervento dopo la retrombosi e la via d'accesso chirurgica scelta. Il caso mostra che una sentenza di primo grado può essere rivista quando non considera tutte le fasi delle cure.
Cosa è successo
Secondo quanto riportato da Open, che riprende un articolo del Corriere della Sera, nel febbraio 2016 un uomo di 35 anni si è presentato al pronto soccorso con un forte dolore alla gamba destra. Il piede appariva cianotico, cioè di colore bluastro: un segno di scarso afflusso di sangue.
Dopo un primo intervento si sarebbe verificata una serie di eventi tromboembolici, cioè coaguli che tornavano a chiudere le arterie. Gli interventi complessivi sono stati quattro. Al termine del percorso il paziente ha perso definitivamente il piede.
Nel 2020 il Tribunale aveva condannato l'Ausl a pagare 425mila euro. Ora la Corte d'Appello di Bologna, in secondo grado, ha portato la somma a 675mila euro. L'importo comprende, secondo la fonte, il danno, le spese per la protesi e per la sua manutenzione, i percorsi terapeutici collegati e le spese legali. L'articolo non indica in quale ospedale sia avvenuto il ricovero.
Che cosa hanno contestato i giudici
La differenza tra le due sentenze sta nel periodo esaminato. Il Tribunale aveva giudicato adeguate e tempestive le scelte fatte al momento del ricovero. La Corte d'Appello, invece, si è concentrata su ciò che è avvenuto dopo il primo intervento.
Secondo quanto riferito da Open, i giudici parlano di "inerzia decisionale": la nuova rimozione del coagulo sarebbe stata eseguita solo il giorno successivo all'accertamento della nuova trombosi. La Corte ha criticato anche la via scelta per raggiungere le arterie chiuse, ritenendola inadeguata e tale da aver favorito il rapido peggioramento.
La sentenza, come riportata dalla fonte, descrive un caso raro di ischemia acuta in un paziente giovane, senza malattie delle arterie né i comuni fattori di rischio. Secondo i giudici, in casi simili la letteratura scientifica indica che le probabilità di un esito favorevole superano quelle di un insuccesso. Le condotte dell'équipe avrebbero azzerato queste possibilità.
Perché conta: le cure si valutano nel loro insieme
Un errore medico non è sempre un singolo gesto. Spesso si tratta di una sequenza: una decisione rinviata, un esame non ripetuto, una tecnica poco adatta. Questo caso mostra che il giudice può esaminare tutte le fasi del ricovero, non solo la prima.
La struttura sanitaria risponde verso il paziente a titolo contrattuale (art. 7 della legge 24/2017 e art. 1218 c.c.). Il paziente deve provare il danno e il collegamento con le cure ricevute. Spetta poi alla struttura dimostrare di aver agito correttamente o che il peggioramento dipendeva da una causa che non poteva prevedere né evitare.
Nelle cause civili il collegamento tra errore e danno si valuta con il criterio del "più probabile che non". Non serve la certezza assoluta: conta che, sulla base delle conoscenze mediche, il danno sia stato più probabilmente causato dall'errore che da altro. Per questo la consulenza medico-legale è decisiva.
Il caso ricorda anche che la sentenza di primo grado non è sempre l'ultima parola. Chi ritiene che il giudice non abbia considerato tutti gli aspetti può proporre appello, entro termini precisi. Va però valutato con attenzione: anche la struttura può impugnare e il risultato non è mai scontato.
Per approfondire c'è la nostra pagina sugli errori chirurgici.
Quali danni si possono chiedere
Quando un errore lascia una menomazione permanente, il danno non è solo quello alla salute in senso stretto. Rientrano anche le spese mediche future, come quelle per protesi, ausili e riabilitazione, e le conseguenze sul lavoro e sulla vita quotidiana. Ogni voce va documentata.
Contro la struttura sanitaria il termine di prescrizione è di dieci anni; contro il medico dipendente è di cinque. Prima della causa è obbligatorio un tentativo di conciliazione, di norma un accertamento tecnico preventivo davanti a un consulente nominato dal giudice (art. 8 della legge 24/2017).
Cosa fare in una situazione simile
- Chiedi la copia integrale della cartella clinica, compresi i verbali operatori, il diario clinico e gli esami eseguiti tra un intervento e l'altro. La struttura deve consegnarla entro 7 giorni dalla richiesta (art. 4 della legge 24/2017). Vedi la guida su come chiedere la cartella clinica.
- Conserva tutti i documenti: referti, lettere di dimissione, certificati, fatture di protesi, ausili e fisioterapia.
- Annota la cronologia: orari dei sintomi, delle visite, degli esami e degli interventi. Nei casi di ischemia anche poche ore possono fare la differenza.
- Fai valutare la documentazione da un avvocato e da un medico legale prima di accettare proposte della struttura o dell'assicurazione. Solo un esame tecnico può dire se un ritardo o una scelta chirurgica abbiano inciso sull'esito.
- Se hai già una sentenza di primo grado, fatti spiegare subito i termini per l'appello: sono brevi e non vanno lasciati scadere.
Fonti
La notizia è riportata sulla base delle fonti indicate. Dove i fatti sono ancora in corso di accertamento, nessuna responsabilità può considerarsi provata. Questo articolo ha carattere informativo (art. 35 Codice deontologico forense) e non sostituisce una consulenza sul singolo caso.