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Errore medico, la Cassazione: il paziente non deve sapere in anticipo dove ha sbagliato chi lo ha curato
In breve
Con l'ordinanza n. 27595 del 22 ottobre 2026 la Cassazione ha stabilito che il paziente che chiede un risarcimento non deve indicare fin dall'inizio l'errore tecnico preciso: basta collegare il danno alle cure ricevute. Se la consulenza tecnica colloca l'errore in un momento diverso da quello ipotizzato, ad esempio nell'assistenza dopo l'intervento invece che nell'intervento stesso, la domanda resta la stessa e il giudice deve esaminarla.
Cosa è successo
Secondo quanto riportato da NT+ Diritto del Sole 24 Ore e da La Legge per Tutti, una donna era stata operata per un'ernia del disco. Dopo il primo intervento è stato necessario operarla di nuovo e le sono rimasti postumi permanenti.
La paziente ha chiesto il risarcimento all'azienda sanitaria. Nell'atto iniziale sosteneva che i danni dipendessero da come era stato eseguito il primo intervento.
Il Tribunale ha respinto la domanda. Secondo la consulenza tecnica, il sovrappeso della paziente era un fattore di rischio ma non una ragione per non operare. In appello la donna ha contestato anche la scelta di intervenire. La Corte d'appello ha confermato il rigetto e ha ritenuto che la paziente avesse ormai lasciato cadere le critiche sull'esecuzione dell'operazione.
La decisione della Cassazione
Con l'ordinanza n. 27595 del 22 ottobre 2026 la terza sezione civile ha accolto il ricorso della paziente. La causa torna alla Corte d'appello di Venezia, che dovrà decidere di nuovo. La Cassazione non ha stabilito se ci sia stato un errore: questo resta da accertare nel nuovo giudizio.
Il punto affermato riguarda il modo in cui il paziente deve impostare la causa. Secondo quanto riferiscono le fonti, la Corte ha ribadito alcuni principi.
- Basta collegare il danno alle cure. Il paziente deve affermare che il danno è legato alla prestazione sanitaria ricevuta. Non deve indicare profili tecnici di colpa che solo un esperto può conoscere. La Corte richiama sul punto una propria decisione di quest'anno (n. 284/2026).
- La domanda non cambia se la perizia trova un errore diverso. Passare dall'accusa di un intervento eseguito male a quella di un'assistenza inadeguata dopo l'operazione non è una domanda nuova. Ciò che conta è la prestazione sanitaria contestata nel suo insieme, comprese le attività collegate.
- Il giudice d'appello non può spezzettare la domanda. Non può dichiarare abbandonato un profilo tecnico solo perché l'appellante ha insistito di più su un altro.
- Il nesso causale si può provare anche senza individuare il momento esatto dell'errore. Vale il criterio del "più probabile che non".
Perché è importante per chi ha subito un danno
Chi esce da un ospedale con un danno di solito non sa che cosa sia andato storto. Sa che è entrato per un problema e ne è uscito con un altro. Spesso la cartella clinica non basta, da sola, a capirlo.
Questa decisione conferma che il paziente non deve trasformarsi in un medico per avviare una causa. È sufficiente descrivere le cure ricevute e il danno, e sostenere che i due fatti sono collegati. Il compito di ricostruire nel dettaglio che cosa sia accaduto spetta soprattutto alla consulenza tecnica.
Il principio si inserisce nel quadro della responsabilità contrattuale della struttura (art. 7 della legge 24/2017 e art. 1218 c.c.). Il paziente prova il danno e il collegamento con le cure. Spetta poi alla struttura dimostrare di aver operato correttamente o che il danno è dipeso da una causa a lei non imputabile.
Resta comunque utile impostare bene la causa fin dall'inizio. Prima del giudizio è obbligatorio un tentativo di conciliazione, di norma un accertamento tecnico preventivo con un consulente nominato dal giudice (art. 8 della legge 24/2017). È spesso in quella sede che emerge dove si trova davvero l'errore. Per un quadro generale c'è la nostra guida sul risarcimento per malasanità.
Cosa fare in una situazione simile
- Chiedi la copia integrale della cartella clinica di tutti i ricoveri, compresi i diari clinici e infermieristici del periodo dopo l'intervento. La struttura deve consegnarla entro 7 giorni dalla richiesta (art. 4 della legge 24/2017). Vedi la guida su come chiedere la cartella clinica.
- Conserva tutti i documenti: consenso informato firmato, referti, lettere di dimissione, documentazione del secondo intervento, ricevute delle spese.
- Annota la cronologia: date degli interventi, sintomi comparsi dopo, controlli fatti, cosa vi è stato detto.
- Non scartare un'ipotesi perché non sai individuare l'errore. Non serve saperlo da soli: fai esaminare i documenti da un avvocato e da un medico legale prima di accettare proposte della struttura o dell'assicurazione.
- Tieni d'occhio i tempi: la prescrizione è di dieci anni contro la struttura e di cinque contro il medico dipendente, ma le prove si raccolgono meglio a ridosso dei fatti.
Fonti
La notizia è riportata sulla base delle fonti indicate. Dove i fatti sono ancora in corso di accertamento, nessuna responsabilità può considerarsi provata. Questo articolo ha carattere informativo (art. 35 Codice deontologico forense) e non sostituisce una consulenza sul singolo caso.